C’era una volta l’Italicum. E ora?

La “supplenza costituzionale” della Corte nello stallo politico

C’era un volta l’Italicum. E ora?


di Andrea Michieli* – Dopo una lunga attesa è arrivata la decisione della Corte Costituzionale. Il comunicato trasmesso nel pomeriggio di mercoledì  25 gennaio è indubbiamente il fatto “politico” più rilevante per capire le sorti dell’attuale legislatura, dopo le dimissioni di Matteo Renzi. Al di là del merito, sul quale ci si potrà soffermare solo dopo il deposito della sentenza, “a caldo” si possono rilevare due elementi di fatto. Ci troviamo dinnanzi alla seconda legge elettorale consecutiva, votata dal Parlamento, che presenta elementi di incostituzionalità. L’altra faccia della medaglia è che la Corte ha svolto un compito di “supplenza costituzionale”. Una supplenza che non può essere considerata auspicabile in un sistema istituzionale stabile, ma che – nella stasi politica creatasi nell’incertezza del “dopo 4 dicembre” – è stata invocata da molti.
Lo stallo istituzionale non ha favorito i lavori della Consulta che, nelle ultime settimane, è stata sottoposta a pressioni da più parti. La funzione del Giudice delle leggi è quello di guardare alla compatibilità tra le norme giuridiche e la Costituzione (ed i suoi principi). In questo compito, il giudizio sulla legge elettorale – da molti, prima del 2014, escluso e criticato – è il più delicato: la legge elettorale è infatti la legge ordinaria più politica e quella che incide maggiormente sugli equilibri del nostro sistema istituzionale.

Sull’Italicum la Corte ha accolto due delle tre principali questioni di legittimità costituzionale sollevate. Ha sancito la legittimità del premio di maggioranza per la lista con il 40% dei consensi al primo turno. Il ballottaggio invece, caratteristica fondamentale dell’Italicum, è stato dichiarato incostituzionale. Il doppio turno conferiva il carattere maggioritario alla legge: dopo la bocciatura della riforma però il ballottaggio era difficilmente compatibile con il sistema bicamerale e, forse, per questa ragione la Corte l’ha cassato. La Consulta ha poi parzialmente accolto la questione sulle candidature in più collegi. La possibilità di candidarsi non è esclusa, ma – all’esito dell’eventuale voto – non sarà l’eletto a scegliere il collegio privilegiato, ma si procederà ad un sorteggio.

Cosa rimane all’esito delle due sentenze? Innanzitutto colpisce che le leggi elettorali vigenti, per motivi di incostituzionalità, non siano quelle votate dal Parlamento, ma quelle modificate dalla Corte costituzionale.
Al Senato, il Consultellum è una legge elettorale proporzionale, con venti circoscrizioni ed elezione a base regionale. Si eleggono i rappresentanti esprimendo una preferenza tra una lista lunga di candidati. È possibile che le liste formino coalizioni pre-elettorali la cui soglia di sbarramento si attesa al 20 %, mentre per le singole liste è all’8%: ciò al fine di spingere le forze politiche ad aggregarsi.
L’Italicum per la Camera si trasforma in una legge proporzionale, a turno unico, che assegna i seggi sulla base di 100 collegi elettorali. Rimane, come detto, il premio di maggioranza: qualora una lista ottenga il 40 % dei consensi, le verranno attribuiti 340 seggi. Il listino, a differenza del Senato, è “corto”: composto da 3 a 9 candidati a cui l’elettore dovrà dare la propria preferenza. Ulteriore e significativa differenza con la legge elettorale per il Senato è la valorizzazione delle singole liste (non delle colazioni) a cui verrà attribuito il premio di maggioranza. La soglia di sbarramento per le singole liste è posta al 3%.

Lo scenario che si apre dopo la sentenza “suscettibile di immediata applicazione” – come ricorda il comunicato della Corte – è incerto. È sicuramente più ampio il fronte di chi vorrebbe andare subito al voto: esso comprende il PD, il M5S e la Lega Nord. Forza Italia chiede invece una revisioni della legge elettorale che garantisca omogeneità tra Camera e Senato.
Con riguardo al termine della legislatura rimangono in piedi due possibili scenari: uno breve (elezioni entro giugno); l’altro lungo (alle urne in autunno o a febbraio 2018). Da ciò dipendere anche l’esito della contrattazione sulla legge elettorale. Le proposte sul campo rimangono due: o il mantenimento della legge derivata dalla scelte della Consulta; oppure il ritorno, voluto dal PD, al Mattarellum.

Tra gli opinionisti è diffusa la convinzione che l’Italia stia affrontando una transizione istituzionale pluridecennale, trascinatasi dagli anni ’80 ad oggi. Ciò che colpisce però è la fatica, tutta partitica, di pensare un sistema politico-istituzionale che, nel caso della legge elettorale, garantisca rappresentanza e governabilità e, allo stesso tempo, tenga conto del percorso storico della nostra democrazia. Sembra dominare invece l’uso di alchimie del momento contingente, che determinano un continuo smembramento e ri-assemblamento delle formazioni politiche. La legge elettorale non è tutto nel sistema istituzionale, ma è lo strumento per rendere presente il popolo assente. Per questa ragione, dinnanzi ad una debolezza rappresentativa delle nostre istituzioni, non si può che auspicare una sguardo lungo, nelle imminenti fasi della vita politica, per trovare un giusto compromesso che vada al di là del vantaggio alle prossime elezioni politiche. Questo significherebbe dare consistenza al dibattitto referendario autunnale e non frustrare l’esito del voto dietro a interessi di galleggiamento politico.

*Componente del Centro Studi dell’Azione Cattolica Italiana

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