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Una storia di santità

DON ANTONIO SEGHEZZI – DON EZIO BOLIS – 21/10/2018

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Fa bene riemergersi in questa storia di santità. Fa sempre bene entrare in confidenza con i santi.

Ho apprezzato molto l’ultima lettera apostolica di Papa Francesco dedicata alla santità, la santità come il segreto di una vera generatività. Una chiesa è capace di generare se tende verso la santità.  I primi frutti di questa generatività sono frutti di santità.

Questo è anche l’obiettivo che emerge ad ogni pagina di Don Antonio: portare insieme con sé soprattutto i giovani alla santità, alla gioia della santità.

E questa sottolineatura della gioia di Papa Francesco è in sintonia con il nostro Don Antonio.

 

PRIMA TAPPA:

Che cosa colpiva di Don Antonio in chi lo ha conosciuto?

La tradizione della Chiesa, quando comincia un processo di beatificazione, deve raccogliere delle testimonianze.

Le testimonianze sono fondamentali in ogni ambito anche in quello della santità: non è importante solo quello che io dico di me ma anche quello che colgono gli altri di me. È importante quello che dice Don Antonio, i suoi scritti. Ma per noi è importante vedere i frutti che ha portato in chi lo ha conosciuto.

Per conoscere i santi bisogna partire dalla biografia. Questa è la prima porta per innamorarsi, per entrare in sintonia con una figura spirituale. Alla biografia contribuiscono le testimonianze di chi ha conosciuto il personaggio.

Rileggendo alcune testimonianze si possono evidenziare alcuni temi che ricorrono in diversi testimoni: quando una cosa viene notata da più persone bisogna dire che non è una cosa marginale ma è centrale.

La lettura è sempre soggettiva: noi leggiamo sempre con le nostre domande, le nostre questioni e anche con la nostra sensibilità, una figura. Ciascuno coglie, in una figura, quello che maggiormente corrisponde alla propria sensibilità.

Testimonianza di Don Mansueto Zambetti

Tra le cose che colpivano di Don Antonio: il suo metodo, la sua finezza e il suo entusiasmo,

«Quando lo conobbi (era al IV corso di teologia) mi colpirono in lui soprattutto questi tratti spirituali e ascetici: una impostazione serissima, nutriente ed esattamente metodica della sua vita di pietà…»

Fedele. Un uomo non prigioniero del metodo ma che aveva assunto la regola di vita come la sua spina dorsale che gli permetteva di stare in piedi. E poi

«una passione singolare allo studio (ricordo la sua amorevole confidenza con la Bibbia e l’abitudine tenace di fare annotazioni su tutto ciò che leggeva)»

Non solo studiava, ma annotava quello che studiava.

L’annotazione è un modo di appropriarsi, di far proprio quello che uno legge, studia. Il problema di oggi non è che non si legge più, si legge forse più di un tempo, si legge ma non ci si appropria di quello che si legge, uno non se lo fa suo.

Lui non solo era appassionato allo studio e alla lettura ma era un tenace annotatore. E poi

«una delicatezza di tratto e un gusto delle finezza che ad alcuni poterono persino sembrare aspetti ricercati del suo carattere; il suo temperamento di poeta e quasi di sognatore che si trasfondeva in una grande capacità di entusiasmo e nel particolare trasporto per il canto sacro».

Un uomo dalle mille curiosità, passioni, sensibilità e questo è un segno di vitalità, di generatività. Essere generativi significa essere vivi, fertili, curiosi di tutto quello che ci capita, della vita.

Don Antonio già da chierico era così, sempre con quella finezza.

E poi Don Mansueto Zambetti mette in evidenza un altro aspetto che riscontriamo negli anni successivi, che verifichiamo negli scritti e nel suo stile di vita: la capacità di amicizia.

«L’amicizia fraterna tra queste due anime singolari di condiscepoli [don Seghezzi e don Donini] conobbe forme di nobile intimità se si vuol giudicare da una frase scritta da don Seghezzi con la quale egli chiama l’amico “il mio Donini”. Dalla dimestichezza con lui, resa continuata e feconda da comuni compiti scolastici, venne perfezionandosi in don Antonio quel finissimo gusto ascetico-liturgico che fu il ricco splendore dell’anima benedettina di don Donini».

In questi mesi sono partite le fraternità sacerdotali. Qui c’è una fraternità in atto, una fraternità che diventa sintonia su alcuni tratti prettamente spirituali: passione per la liturgia, passione per lo studio.

Due condiscepoli diversi ma affini perché appassionati per l’unico regno di Dio. E’ un’amicizia non solo basata sulle affinità di temperamento, ma è un’amicizia spirituale non perché è meno vera di quella psicologica, anzi è più vera perché è costruita sulla comune missione.

«La sua iniziazione all’esperienza didattica è basata sulla profonda conoscenza della missione del maestro e lo incita a sentire che l’insegnante non è tanto un riempitore di cervelli, ma quanto ed essenzialmente l’educatore e il formatore di anime e di caratteri. Nella sua figura di assistente verrà notata l’influenza di questa per lui nuova forma di attività, nelle indimenticabili lezioni e conferenze alle diverse sezioni dell’azione cattolica giovanile».

Fin da giovane si vedeva che era portato a fare l’educatore. E questo è un principio che si può dire di molti. Ma come si esplicava la sua azione formativa ed educativa? Certamente non si manifestava soltanto nel proporre dei concetti e delle idee (questo certo), ma Don Antonio accompagnava, proponeva accompagnando. Non ti diceva questa è la strada arrangiati. No! ti diceva: Questa è la strada andiamo insieme! E quindi “L’accompagnamento passo a passo”.

Questa passione per la cultura e il leggere torna in molte testimonianze.

Un giovane, un adolescente spesso è segnato per tutta la vita da alcune belle letture. Ci sono dei libri che ti segnano per sempre. E se un educatore ti appassiona ad un libro, ti appassiona ad un amico, che sarà per sempre un riferimento per te. Ciascuno può portare la sua esperienza.

Non necessariamente sono i professori di scuola che ti appassionano ad un libro bello, che non necessariamente deve essere di teologia, può essere un romanzo, un libro di letteratura. E se leggi un libro a sedici/diciassette anni è diverso che leggerlo a quaranta/cinquanta. Ti segna. E questi non necessariamente un insegnante. Spesso è l’amico, l’amico prete, l’adulto, il catechista che ti comunica la passione che lui ha.

Dice Don Antonio Pezzotta:

«Don Seghezzi volgeva volentieri il discorso su argomenti di cultura nel settore letterario, quelli in particolare di ispirazione cristiana o di cultura cattolica… Don Seghezzi era amante di musica, gli piaceva e aveva buon gusto. Apparteneva a una famiglia di cantori. Suonava armonium e pianoforte. Non da professionista, ma non era strimpellatore o poco più»

Don Antonio ha insegnato lettere, e un suo alunno Don Lumina (che è stato poi parroco di Sant’Alessandro) ha riportato i suoi ricordi. Dice:

«Venuto a mancare il prof. Donini, don Seghezzi era stato chiamato a sostituirlo, come insegnante di lettere nella nostra IV ginnasio. Chiamato all’improvviso a insegnare, non aveva una particolare preparazione, sembrava anzi che studiasse anche lui giorno per giorno con noi, soprattutto il greco. Ciononostante arrivava a scuola preparatissimo: con ogni lezione scritta con la sua grande calligrafia su un registro che non lo abbandonava mai… Egli era un suscitatore d’entusiasmo. Sapeva farci amare non solo l’italiano, ma anche il latino, anche il greco, e quello fu per me uno degli anni più ricchi di impegno. Sul fondo del foglio di ogni nostro compito, egli stilava con quella sua calligrafia a sciabolate, il suo giudizio, i suoi suggerimenti, ma soprattutto espressioni di incoraggiamento (non mancavano mai), che rendevano ogni nostro incontro con lui un momento desiderato e gioioso».

Era quel professore che tutti vorrebbero avere. Non era un pozzo di scienza.

Talvolta chi è un pozzo di scienza non sa comunicare, fallisce nell’insegnamento. Non importa essere un pozzo di scienza. L’importante è che far gustare ai ragazzi quello che fa muovere te, e ciò che tu comunichi a questi ragazzi di quattordici anni, loro se lo ricordano dopo decenni. Si ricordavano dei giudizi: “mai mortificanti”, ma sempre “dai coraggio”. Questa cosa un ragazzo di quattordici anni se la ricorda.

Per chi ha conosciuto Don Seghezzi, colpisce anche il suo modo di pregare. E qui una delle testimonianze più belle è quella di Don Pietro Opizzi.

Siamo in Abissinia.

«Nella cappella era solito recitare il Breviario… sapevo di trovarlo là, inginocchiato davanti all’altare, a canticchiare le Ore secondo una sua tipica abitudine, dalla quale si capiva che la recita del breviario non era mai diventata per lui una frettolosa e meccanica recitazione. Recitava il Breviario in ginocchio! Si fa presto a dirlo e può sembrare per un sacerdote la cosa più normale del mondo. Ma pensate ai 35-40 gradi che costituiscono la temperatura normale all’ombra, nelle ore pomeridiane, in quella zona come in tutto l’altipiano abissino; in più provatevi a immaginare la cappella di don Seghezzi che, per essere fatta di lamiere debolmente protette da un po’ di fogliame rinsecchito, diventata in quelle ore una specie di forno crematorio; cercate, quindi, di vedere don Antonio inginocchiato per mezz’ora su una predella alta non più di sette o otto centimetri, con il Breviario in mano, senza appoggiarsi a nessun sostegno, e poi ditemi se indulgo alla retorica»

Queste poche righe sono meglio di una fotografia. Ecco perché dico che non si possono by-passare le testimonianze. Colgono aspetti che nessun libro può renderti al vivo cosi.

Gabriele Carrara dice come Don Seghezzi era punto di riferimento, fratello e padre.

«Egli fu la spina dorsale della spiritualità di tutta la gioventù cattolica bergamasca e, in senso più ampio e pieno, dell’intera diocesi senza distinzioni di età. »

Lo si vedeva con i giovani ma le cose che insegnava e trasmetteva ai giovani valevano per tutti.

«Lo conobbi a fondo, come Assistente, come amico, come consigliere spirituale e morale. In un certo senso, potrei anche ricordarlo come il mio direttore spirituale per un certo periodo degli anni Trenta, quando ero delegato di zona… Non solo si interessava personalmente del nostro lavoro di dirigenti e propagandisti, ma anche delle nostre situazioni personali e familiari, sotto il profilo morale, economico, culturale. Si informava della nostra vita quotidiana di lavoro, di scuola, della nostra salute fisica oltre che di quella spirituale. E non di rado si impegnò in prima persona per risolvere problemi di famiglia, per trovare un lavoro a chi non l’aveva, un impiego, un aiuto anche finanziario in non pochi casi, contribuendo spesso di tasca propria. Era diventato l’amico non solo dei suoi giovani, ma spesso e volentieri anche delle loro famiglie che sovente visitava»

Anche di questa cosa uno si ricorda.

Non ci si ricorda del contenuto di una conferenza ma si ricorderà sempre di quando ha avuto bisogno ha trovato chi non solo gli ha detto una buona parola ma lo ha aiutato.

Testimonianza di un laico: Gabriele Carrara

«Ogni volta che l’andavo a trovare, mi veniva incontro con quella sua andatura elastica… mi abbracciava effusamente e sempre festoso, come fosse ogni volta la prima che ci si incontrasse. E subito le premurose domande sulla salute… Poi immancabilmente mi mostrava libri o riviste che stava sfogliando e segnando di appunti, che mi mostrava chiedendomene il parere, con una sincerità e umiltà disarmanti».

Ritornano alcuni tratti: l’amicizia e, non solo, l’amore per i libri ma anche la passione di comunicare quello che leggeva. Non era uno che leggeva per conto suo ma non vede l’ora di comunicare agli altri quello che lo appassiona. Ecco la comunicazione.

Gabriele Carrara, fu incarcerato a Sant’Agata e ricorda l’ultima visita che Don Antonio gli fece in carcere: «Non ho più dimenticato il suo sguardo e il suo volto… al di là delle sbarre di ferro. Sguardo e volto pieni di eloquente dolore ma insieme anche di serenità e di speranza. Mi aveva portato una Bibbia completa, con ambo i Testamenti… Mi domandò di che cosa avessi bisogno… Mi rinnovò l’invito a farmi coraggio, ad avere fede e fiducia nella Provvidenza, mi salutò con le lacrime agli occhi… Mi rivolse un ultimo sguardo scintillante di lacrime e si girò per uscire, levando di tasca un fazzoletto».

Non è sentimentalismo. Lui sapeva benissimo che chi finiva in carcere poteva non tornare più. Eravamo nel 1943/44. Quindi è una partecipazione a livello spirituale.

 

SECONDA PARTE

I suoi scritti dal 1937/1943 si leggono quasi come se non avessero età. Lo stile ancora fresco.

È lo stile di un giovane che scrive, un giovane brillante, non pedante, schietto, immediato, poco sistemato ma che arriva subito al nocciolo di quello che vuole dire perché sa benissimo che nessuna ha la pazienza di leggere circolari di venti pagine. E quindi una pagina, magari una pagina tutte le settimane. E sono scritti che nascono dall’esperienza, del visitare i vari circoli di Azione Cattolica e dalla preghiera. Spesso scritti davanti al tabernacolo. Intendono non solo istruire ma anche accompagnare, aiutare nel percorso spirituale dei giovani. Questi scritti traboccano di affabilità, di amicizia.

Un aspetto di questi scritti è l’accompagnamento spirituale e cioè l’idea che l’Azione Cattolica deve essere una scuola di maturità cristiana, cioè deve aiutare i giovani a discernere la volontà di Dio. Il discernimento inteso come capacità di scegliere, capacità di decidere.

Sono temi attualissimi, oggetto anche del sinodo ai giovani.

Quindi Don Antonio sa essere nella storia, ma anche ad un livello valido in ogni epoca.

Da una parte questi scritti sono datati ma dall’altra hanno una perennità, sono sempre sul pezzo, ma perché sul pezzo di Dio e sul pezzo dell’uomo.

È vero i contesti, le congiunture cambiano ma lui è capace di vedere anche ciò che non muta.

Ecco allora il primo testo: Credere e aiutare, accompagnare la fede ai giovani vuol dire insegnare a fare in modo che imparino a scegliere. Chi ha la fede non deve subirla.

Il 5 giugno 1938 scrive «Chi… subisce la fede, chi ha la fede solo perché è stato battezzato, chi non vuole la fede ma la subisce perché l’ambiente dove vive respira la fede… della tradizione avita, chi subisce la fede ma non la vuole, non la cerca, non la chiede, non si mette in ginocchio per implorarla da Dio, chi non fa sua personale la fede che ha ricevuto, vita della sua vita, carne della sua carne, chi subisce la fede perché non può farne a meno se no papà e mamma, se no la sposa morirebbe di dolore se non lo vedesse più in chiesa alla Comunione nella grande festa delle Quarantore, chi non vive della sua fede come potrà essere religioso? È per questo che l’Azione Cattolica […] viene dopo l’Azione religiosa».

Accompagna.

Questa è la situazione anche oggi: molti nascono in un contesto vagamente ancora cristiano dove manca l’appropriazione personale, la scelta.

La scelta non è tutto ma è sintomo di una maturità. Non subire la fede.

Questo l’obiettivo nel quale Don Antonio situa anche il lavoro di Azione Cattolica: accompagnare da una fede subita ad una fede personale e responsabile, una fede che diventa capacità di scegliere e questa passa attraverso l’educazione al discernimento.

Il 1/9/1940:

«Che cosa fa il dirigente in gamba prima di mettere in esecuzione una iniziativa? Prima di agire il dirigente 1) prende consiglio da Dio con la preghiera e con lo studio; 2) prende consiglio da se stesso mediante il silenzio e la rinuncia; 3) prende consiglio dagli altri. Non mi fermo a spiegarvi i primi due punti perché sono intuitivi e perché la mi verrebbe troppo lunga. Voglio solo fare una noticina sul secondo punto, a proposito del silenzio. L’arte di saper fare silenzio, del saper ascoltare, è difficile; specialmente oggi che stampa, radio, cinematografo ci insaccano di troppe notizie e ci mettono addosso una voglia matta di parlare. Tacere, rinunciare a questa dispersione di noi stessi, lasciare che nell’animo nostro si depositi solo ciò che è utile al bene dell’anima nostra, è la prima regola per saper fare bene il dirigente…

Il dirigente ha i suoi consiglieri, non è vero? Se no che ci sta a fare il Consiglio di Presidenza? Ebbene, prima di tutto sappia imporsi di fronte ai propri consiglieri una attitudine di rispetto. Questo rispetto sia sincero, cioè non solo a parola; non faccia cioè come quei dirigenti che ascoltano sempre tutto, e poi fanno sempre né più né meno che se gli altri non avessero parlato e cioè non tengono per nulla conto dei loro consigli anche quando sono ottimi o migliori…» (1 settembre 1940, n. 101).

Come si discerne la volontà di Dio? Pregando, studiando, riflettendo, confrontandosi con gli altri: prendere consiglio da Dio con la preghiera, da sé stesso con lo studio, riflettendo e confrontandosi con gli altri.

E poi confrontarsi con gli altri: lo stile sinodale: è questo, nessuno ha la ricetta.

Con fatica si discerne quello che lo Spirito Santo suggerisce, confrontandosi, dopo averci pensato personalmente, e dopo aver pregato sopra, dopo aver studiato, dopo aver riflettuto, ci si confronta: bisogna avere però materia su cui confrontarci.

Sul saper riflettere Don Antonio ritorna il 1/10/1940. Siamo già in guerra.

«Saper riflettere è la prima cosa che ci vuole per saper bene dirigere l’associazione. La seconda è saper giudicare. Dicevo che il capo deve saper prendere consiglio e deve avere tanta umiltà, da comprendere che non sa tutto da sé; vi ricorderò ora che non deve cadere nell’estremo opposto, immaginandosi di non dover fare altro che ascoltare. Dopo aver riflettuto anche con l’aiuto altrui, viene per il dirigente il dovere, molto pesante, di giudicare. Saper giudicare è un atto importantissimo, più importante del saper riflettere. Vi sono dirigenti eccellenti nel distribuire consigli e che, all’atto pratico, si dimostrano assolutamente inabili nel troncare un dibattito o nel decidere una questione qualsiasi. E perché mai? Perché l’interrompere un dibattito, come il decidere una questione, richiede una forza d’animo e una maturità di discernimento che non è comune. E in che cosa consiste tale discernimento e tale forza d’animo? Nel pervenire alla certezza sul mezzo giusto da prendere, sull’azione da deliberare e quindi nell’aver la forza di imporla ai subordinati. Avere tale certezza e tale energia vuol dire saper dare un giudizio fermo e prudente. Converrete con me che non si improvvisa dunque la facoltà di dare giudizi fermi e prudenti.

La certezza nell’ordine dell’azione concreta non si ottiene come nella matematica dove la dimostrazione del problema vi dà la soluzione chiara e definitiva. Nell’ordine dell’azione concreta non si può mai arrivare a una sicurezza talmente perfetta da avere quasi l’evidenza del vero. Nell’ordine dell’azione concreta non potremo mai ottenere una certezza sufficiente? No. Non la troveremo tanto nei libri, quanto nell’atteggiamento fondamentale della volontà tesa verso il bene. Dichiara san Tommaso insieme con sant’Agostino che la soluzione giusta delle questioni nel campo dell’azione pratica, la si trova quasi per istinto, per il peso stesso della retta intenzione. Ha retta intenzione colui che vuole davvero il bene e ne dà prova, sforzandosi di distaccarsi da se stesso e di unirsi a Dio, sforzandosi cioè di tenere tesa la sua volontà verso il bene. Il dirigente consulterà persone sagge e farà appello alla propria memoria e alla propria esperienza, e questa è la tappa preliminare della sana riflessione di cui abbiamo detto. Diciamo ora che al momento di decidersi, si sentirà spinto da una forza interiore e avrà il coraggio di prendere una decisione piuttosto che un’altra. Lo farà per una specie di splendore del buon senso cristiano giunto alla sua perfezione»

L’ascolto può essere incongruente. Poi bisogna decidere e noi vediamo purtroppo il deficit del non decisionismo.

Bisogna fidarsi, bisogna avere la forza morale. Bisogna giudicare, bisogna scegliere.

La condizione è la rettitudine interiore (Sant’Ignazio: la santa indifferenza). Mi sforzo di volere il bene. Ma non si può avere il fine senza i mezzi. Ci vuole coraggio per decidere e questa è la maturità cristiana.

La Preghiera, lui la suggerisce, come la condizione per fare discernimento, per maturare, per decidere, per scegliere: la Messa (non solo come rito da assistere ma come luogo dove crescere in comunione con Gesù) e poi la preghiera sulla Parola.

 L’azione deve radicarsi sempre nella preghiera. Solo a questa condizione è fruttuosa e può davvero giovare al prossimo.

La preghiera è un profondo rapporto di amicizia con Gesù (cfr. 1 giugno 1943, n. 185), – La preghiera esige fedeltà e perseveranza anche nei momenti di aridità, è come il “respiro”, il battito cardiaco.

Si vive come si prega! (1 novembre 1943, n. 194): chi prega bene è sulla buona strada anche per vivere bene.

La preghiera è il “test “che verifica la fede, cioè la convinzione che è la grazia ad agire e a salvare il mondo, non noi (1 ottobre 1942, n. 166).

Ci sono affermazioni meravigliose: la Parola per il cristiano deve diventare come il pane, il vangelo è necessario come il pane. La preghiera è necessaria come il pane.

«La preghiera è necessaria come il pane: il pane saporoso e bello c’è sempre sopra la tavola sia al mattino che di sera, così sulla grande mensa del nostro cuore ci sia sempre l’orazione. L’orazione dà forza ai deboli, gioia ai mesti, fedeltà agli infedeli e sordi alla grazia, costanza ai fiacchi, agli abulici, arditezza ai timorosi. L’orazione è luce degli occhi in questo mondo caliginoso, è canto del cuore, canto che vince le ore buie e tormentose» (20 giugno 1937).

Invita a leggere le parole di Gesù, chiede di meditare, lasciamoci mettere in questione dalle parole del Vangelo. Vogliamo uno che sia capace di piangere quando legge le pagine del vangelo. Non vogliamo dei ripetitori ma degli annunciatori. E bisogna avere il sesto senso per riconoscere l’annunciatore che si lascia coinvolgere dalle parole.

Don Antonio aiutava ad amare lo studio e la lettura dei libri (11/07/1937): guidava ed accompagnava spiritualmente trasmettendo il gusto della lettura, dei libri intesi come la cultura di oggi, della vita di oggi.

Non bisogna essere acqua stagnante, bisogna avere il coraggio di innovare, bisogna agire.

«La vita è tutto movimento e azione e l’acqua che non scorre stagna e imputridisce, e la pianta che non vive dissecca, e il cervello che non funziona muore, e l’anima che non lotta si spegne nell’atonia e nell’inerzia, precipitando poi nella morte» (1 luglio 1943).

«Scoprire il Cristo è soprattutto non potere più tollerare la stagnante calma del cuore apata, insensibile. Il Cristo non è solo pace, è anche guerra nel cuore. Il Cristo non è solo pace, è anche fermento. La sua parola è fermento nuovo che muove tutta l’anima e la dilata e la insapora di nuovo sapore. Scoprire il Cristo vuol dire non sapere più tenere nel petto il cuore che vuole amare sino a morire d’amore per il Cristo. […] Bisogna pregare instancabilmente per scoprire questo Dio della nostra ardente giovinezza, che ci faccia bruciare le tappe della vita, spingendoci in una corsa ardimentosa e in una volata inebriante verso la sua vita» (23 ottobre 1938).

Il 29/8/42 scrive:

«Non è lavorare da intelligenti ignorare le esperienze altrui. C’è gente che ha già provato le nostre pene e le nostre ansie…; perché non ne ascolteremo i consigli e non ne seguiremo le direttive? […] Lavoriamo intelligentemente cioè con i metodi di oggi. Non sono più rispondenti ai bisogni di oggi certi metodi di cinquant’anni fa. È vero che l’uomo di oggi è quello di duemila anni fa, è vero che l’uomo cambia solo dalla in fuori, ma è pure vero che le armi di offesa alla fede, al pudore, alla coscienza sono oggi diverse da quelle del tempo dei nostri nonni. Lavoriamo intelligentemente cioè con un disegno e non a casaccio. Lavoriamo instancabilmente e cioè il mese di gennaio e il mese d’agosto, nell’epoca invernale e in quella estiva. Lavoriamo instancabilmente e cioè continuamente anche se il lavoro non ci rende. E chi siamo noi che pretendiamo di vedere i frutti? […] Lavoriamo intelligentemente e cioè settore per settore, anima per anima. Il lavoro di massa conclude oggi ben poco, perché nell’epoca nostra la personalità è troppo spesso sommersa e annegata nella vita collettiva. Avviciniamo dunque categoria per categoria i giovani nostri. […] Cerchiamo di conoscere i loro bisogni creati dall’ambiente, dai compagni che avvicinano, dai giornali che leggono, dagli spettacoli cinematografici che frequentano. Lavoriamo intelligentemente e cioè non a scapaccioni o con sfuriate inconcludenti, non con predicozzi triti e ritriti, ma con in mano il breve schema su ciò che diremo» (29 agosto 1942, n. 160).

Ecco la consapevolezza che non vieni tu per primo a risolvere le cose. Tu ti metti dentro ad una tradizione che già prima di te si è posta questi problemi.

E poi sui frutti. Dice che i giovani sono come la primavera. Quanto mai una pianta ha dato i frutti in primavera? È un’intuizione magnifica. Questi giovani sono in primavera. Ma poi verrà l’estate e l’autunno: è quello il tempo dei frutti.

La primavera è il tempo a perdere. In primavera devi solo lavorare, senza vedere niente.

L’educazione, l’accompagnamento ha i suoi tempi che non sono quelli che vorremmo noi, vedere subito i risultati.

Altri testi sono sullo stile della testimonianza, che deve essere cordiali, non ci si stanca mai. Non bisogna essere freddi.

La gente deve percepire che tu ti interessi, che ti sta a cuore, che ti prendi cura.

Non solo amare i giovani, loro non devono solo sapere ma devono percepire che li ami (San Giovanni Bosco).

«Gesù Cristo ha detto a Pietro che lo avrebbe fatto pescatore di uomini. Noi siamo chiamati ha collaborare all’apostolato di Pietro. Siamo i pastorelli che aiutano i pastori delle anime. È questa la pesca più difficile perché non si fa con l’ingegno, ma con la carità. Forse ce ne dimentichiamo. Pensiamo di conquistare le anime con l’arte suggestiva del cervello, dove il cuore non ha parte. Ragioni ne abbiamo tante e le esponiamo con sicurezza, con fierezza. E questo sta bene. Ma ci siamo sempre controllati se il tono del nostro apostolato era umile e caritatevole o non piuttosto fiero, quasi superbo e Dio non voglia forse una punta di sprezzo? Che cosa è avvenuto in questo caso? Che il compagno si è fatto più avverso e si è allontanato da noi.

Alla gente piace di vedere in noi e di sentire nel tono della nostra voce, nel portamento della nostra persona, nel parlare nostro circa la verità della religione una viva e profonda persuasione, ma si inalbera se ce ne facciamo belli.

I nostri compagni di officina, di scuola, di armi, possono essere atei o ignorantissimi in materia di religione ma sono cresciuti in un clima cristiano e hanno la sensibilità di quel che è cristiano e di quel che non è; se dunque nel nostro apostolato avvertono la contraddizione se ne disgustano e ci abbandonano. Capiscono che noi dovremmo predicare Dio e che invece predichiamo noi stessi e allora ci lasciano e forse ci diventano nemici. Nessun uomo vuole essere legato al carro di un altro uomo ma solo a Cristo. Perché ogni uomo è fallibile mentre Cristo è la verità. E la verità fa libero l’uomo.

Il tono, il contegno che noi ci diamo è tutto. Il contegno di giovani fieri, puri, giulivi nasce dalla carità e crea un’atmosfera di giocondità che solo la carità sa formare… La carità non parla male di nessuno perché non pensa male di nessuno, perché in ogni anima, diceva don Tobia Musitelli c’è un po’ di bene, e l’apostolo allora è conquistatore, quando sa tra la molta sabbia trovare questo granellino d’oro che è nell’animo di ogni uomo.

Se noi invece crediamo di essere più degli altri, potremo fare anche mostra di umiltà ma il trono ci tradirà, ci denuncerà nostro malgrado. L’apostolo non crede di essere più di nessuno. L’apostolo deve annunciare risolutamente, coraggiosamente la verità, perché essa sta al di sopra di lui; egli gioisce di poter combattere per la verità, ma non se ne fa un vanto, non si gonfia, ma si ricorda sempre che Gesù ha detto: “Siamo servi inutili, abbiamo fatto quello che dovevamo fare”.

L’apostolo si sente indegno e incapace quando è da sé, si sente capace quando è con Cristo. E sull’esempio di Cristo si affratella volentieri a coloro a cui va incontro. Affratellarsi vuol dire soffrire per loro e con loro; ma specialmente l’apostolato soffre se non riesce a comprendere i suoi fratelli nei loro bisogni intellettuali e morali e che sono propri di ciascuno, perché ogni anima è un mondo a sé, ha cioè bisogni del cuore e della mente tutti propri. L’apostolo vede i pregi e le doti dei suoi fratelli anche se sbagliano nella fede. L’apostolo gode di trovarli, in quei pregi, superiori a sé. L’apostolo sente che ha molto da farsi perdonare e da Dio e dai fratelli con cui tratta. E da tutto questo nasce il tono giusto del suo apostolato» (1 luglio 1942, n. 156).

 

E poi la gioia e l’attenzione alle singole persone.

Non si accompagna i giovani solo con la conferenza. Ci deve essere l’incontro personale perché ciascuno prende quello che gli serve in quel momento.

«Dio non può sopportare chi gli ruba la sua gloria, chi non lo cerca. Chi non cerca Dio, chi non cerca di dargli gloria è infelice. L’uomo è felice in Dio, con Dio. […] La giovinezza è Dio. La giovinezza è freschezza di vita, è entusiasmo» (19 settembre 1937).

«Noi vogliamo chi si entusiasma e ci entusiasma. Noi vogliamo chi parla solo perché non può tacere e che non può tacere perché dentro l’anima sua c’è lo Spirito Santo, c’è lo Spirito Santo che muove e spinge e dà parole» (25 settembre 1938).

«Scoprire il Cristo vuol dire avere nel cuore la gioia che non viene mai a cessare, ma che sempre aumenta. Cristo è la gioia. Vivere la vita di Cristo vuol dire vivere la vita della gioia» (23 ottobre1938).

«Tempo di primavera è questo. Sui colli brilla la primavera. Ce l’avete vicino a casa un ciliegio che è tutto una nuvola bianca? La vanga che taglia la vostra terra non vi dà un profumo nuovo e caro? Tempo di letizia è questo. Vedete nei campi nascere i fiori (…). E la vita nuova della Grazia ricevuta nella Pasqua non ci ha donato maggiore gioia? L’allegrezza è nostra. Noi che camminiamo nella vita nuova, noi siamo i figli dell’allegrezza».

«L’assistente diocesano si permette raccomandare vivamente agli assistenti delle associazioni e ai dirigenti di curare con affetto e con amore diligentissimo la corrispondenza coi soci militari. Le circolari fanno bene, ma fanno meglio le lettere personali. Dare un po’ del nostro tempo ai soci militari non è rubare tempo alle nostre occupazioni di ministero o di lavoro perché i militari sono quelli che ci ottengono dal Signore le benedizioni con le loro fatiche, coi loro sacrifici, perché una parola li rianima e li sprona al bene, all’apostolato nel grande campo che la divina provvidenza ha loro affidato e che è più vasto di quello della associazione» (8 marzo 1942, n. 143).

Tutti quanti abbiamo una fessura dento la quale si può insinuare lo Spirito Santo.

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